Le Olimpiadi e le Paralimpiadi costituiscono una narrazione potentissima. Sono il luogo in cui si esprimono le più alte qualità dello sport, sogno e mito di ogni sportivo, e dove l’eccellenza della performance va di pari passo con i valori dell’inclusione, della correttezza e del rispetto della diversità. Esse sono, in questo senso, veri e propri media, capaci di veicolare un messaggio che ha una riconoscibilità visiva, una densità di significato e una non comune capacità di coinvolgere i destinatari e di renderli partecipi dell’esperienza, delle sue regole, riti ed emozioni, contribuendo a realizzare quel “un mondo migliore” che prevede la Carta Olimpica. Un processo comunicativo perfetto.
Era il 24 giugno del 2019 quando l’esplosione di gioia all’annuncio della vittoria della candidatura di Milano-Cortina costituiva una promessa solo da immaginare, un’Olimpiade diffusa, come mai si era vista nella storia. Non a Cortina 1956 o a Roma 1960. Il ricordo più vivido restava Torino 2006, occasione straordinaria di rilancio culturale e creativo per la città. Ma Milano Cortina 2026 poneva una sfida ancora più alta, con la scelta di svolgersi in due luoghi e di tenere insieme territori, comunità, tradizioni e culture diverse: già nel nome metafora di integrazione. Eppure, nei sette anni intercorsi dall’annuncio dell’Olimpiade alla sua vigilia, questo messaggio sembrava non riuscire a passare, né a scaldare il cuore del pubblico. Persino le studentesse e gli studenti che avevano scelto un percorso formativo proprio orientato alla comunicazione sportiva, nel perimetro del Master Comunicare lo sport, faticavano a identificarsi in un evento di così grandi dimensioni, percepito estraneo, almeno al contesto milanese, e calato dall’alto, i cui valori apparivano troppo astratti.
La grande sfida doveva dunque essere quella di superare una comunicazione che ricalcasse quella degli eventi cerimoniali collettivi tradizionalmente intesi, per costruire un processo di identificazione sintonizzato alle attuali forme di consumo mediale. Uno spostamento di sguardo da una dimensione top-down a una realizzazione di collettività bottom-up. E in questo senso, l’organizzazione diffusa dell’Olimpiade è stata un ottimo punto di partenza nella costruzione narrativa che avrebbe contribuito a raccontare la Storia di questa Olimpiade.
E le storie sono state davvero tante. Storie che hanno saputo parlare a ciascuno, rispondendo dunque a quel bisogno di identificazione personale che è elemento imprescindibile nella costruzione di una comunità.
Il percorso della torcia olimpica, che ha scandito il tempo di avvicinamento alla Cerimonia di apertura, è riuscito a scaldare lentamente il cuore dei milanesi, che ancora non erano certi se cedere al fastidio per il traffico rallentato o lasciarsi entusiasmare dai tedofori che attraversavano la città nei suoi luoghi iconici, tra ali di folla che piano piano aumentava.
Difficile non lasciarsi commuovere dallo stadio di S. Siro (o Giuseppe Meazza come sarebbe più corretto) che la sera del 6 febbraio era vestito a festa davanti agli occhi del mondo e ha mostrato un’eleganza straordinaria, seppur con una vena di malinconia. Chi ama questo stadio, che ha sorriso a sentirlo definire Stadio Olimpico (ma da quella sera può fregiarsi anche di questo titolo!) sa che è stato il suo ultimo valzer di addio. Uno straordinario valzer, ma l’ultimo legato a un grande evento, gioioso e malinconico allo stesso tempo, accompagnato dagli storici capitani Bergomi e Baresi, simboli commossi di una Milano che non è più.
E poi ci sono state le gare, con gli eroi che hanno interpretato storie di conquiste e di cadute suggerendo le trame narrative: Lindsey Vonn, definita Wonder Woman, ha sospeso il tempo e il nostro respiro, mostrando quanto il limite e la fragilità non siano in contrasto con tenacia e determinazione. Ci si può riconoscere o meno, ma è indubbio che quelle immagini ci hanno scosso, così come i tentativi di Sofia Goggia di rimanere concentrata, occhi chiusi, immaginando la discesa che di lì a poco avrebbe affrontato, cercando di non sentire i lamenti di Linsdey, sua cara amica. Donne straordinarie che si rialzano, come Federica Brignone, che gioiscono abbracciando il loro bambino a suggellare un’immagine che ha fatto scalpore, quella della mamma atleta. E che atleta, Francesca Lollobrigida.
Abbiamo capito che anche i campioni hanno bisogno di solitudine, di riflessione, di fare i conti con il proprio lato umano da recuperare magari nel silenzio del bosco, dopo avere perso il sogno olimpico, come ha riferito l’atleta norvegese Atle Lie Mc Grath.
O ancora, abbiamo fatto i conti con la difficoltà di trovare un equilibrio tra la passione e il sacrificio e Alysa Liu, vincitrice della medaglia d’oro nel pattinaggio di figura ci ha serenamente detto che si può fare. Così come la storia di Ilia Malinin può avere aperto ferite: l’immagine che ritrae il suo sguardo affranto di fronte al padre allenatore in lacrime ha trasmesso il dolore di chi si sente inadeguato di fronte alle aspettative degli altri.
Ma sul ghiaccio abbiamo anche danzato con i “diamanti” del pattinaggio, la coppia Charléne Guignard e Marco Fabbri, pianto con Marco Rizzo, volato con Filippo Ambrosini e Rebecca Ghilardi. E potremmo citare molti altri nomi e storie non meno significativi.
Ci siamo anche visti raccontare dalle immagini e dalle narrazioni dei giornalisti stranieri come un Paese bellissimo: Cortina, Livigno, Bormio, Anterselva e la Val di Fiemme hanno offerto scenari da cartolina ma anche Milano è riuscita a offrire un palcoscenico sorprendente, dal Castello ai Navigli fino alle dimore che hanno ospitato le comunità delle delegazioni straniere creando connessioni a volte stranianti come la Corea a Villa Necchi Campiglio o la Cina a Villa Clerici. Luoghi di storia, di cultura, di incontro di culture. E nelle giornate più limpide, le montagne sullo sfondo dello skyline.
Sono solo alcune delle linee narrative che questa Olimpiade ci ha regalato e i successi sportivi ne sono stati il coronamento. La promessa è dunque stata rispettata, i racconti hanno costruito una narrazione fatta di piccole grandi storie che sono state in grado di coinvolgere e di rendere partecipati i Giochi, esprimendone il valore universale attraverso il riconoscimento individuale. Ora la costruzione narrativa si è riaccesa con l’apertura dei Giochi Paralimpici e siamo in attesa delle loro storie che portano un messaggio ancora più importante, perché richiedono la delicatezza di un racconto che non ceda al pietismo ma sia rispettoso del valore sportivo degli atleti. La passione, attivata dalla torcia olimpica portata da Bebe Vio, ha riacceso i bracieri a Cortina e Milano.
All’Arco della Pace lo spettacolo di luci e musica ricomincerà a scandire le serate milanesi fino alla metà di marzo. Purtroppo, quella Pace che è il messaggio più potente delle Olimpiadi, oggi resta una parola vuota. Ma questa, è un’altra storia.